René Gruau, disegnatore di Dior, Givenchy, Balenciaga

renè gruauC’è stato un tempo in cui la moda si raccontava attraverso la matita dei disegnatori. La prima metà del Novecento.

Quando, su riviste come Vogue, Marie-Claire, Harper’s Bazaar, erano i pennelli degli illustratori a rappresentare le creazioni degli stilisti, prima che le immagini fotografiche prendessero il sopravvento tra le pagine patinate.

A quel tempo della moda apparteneva Renato Zavagli Ricciardelli (1909-2004), in arte René Gruau.

E nessuno come questo artista riminese, ben presto il prediletto di marchi come Dior, Givenchy, Balenciaga, seppe rendere con le sue immagini quel che furono la moda, la donna, i desideri del XX secolo.

rene gruau

Disegnando, soprattutto tra gli anni ‘40 e ’50, per le più prestigiose riviste di moda, collaborando con stilisti in Olanda, Francia, Inghilterra, illustrando i prodotti Dior (tra gli altri i profumi Miss Dior e Eau Savage), René Gruau rimodellò il marketing dell’industria di moda e soprattutto realizzò un connubio indimenticabile tra arte e haute couture.

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Fascino delle sue illustrazioni: il tratto essenziale e sicuro, quel segno nero che ricorda una certa produzione di Toulouse-Lautrec, come il trionfo della figura femminile, quel rosso che irrompe e sa di sensualità, l’uso sapiente dell’inchiostro indiano, quella purezza da acquerello giapponese, quello studio del teatro e delle sue maschere che affiora nel trucco dei volti e nelle posture delle figure.

E poi l’eleganza, l’eleganza sinuosa ed essenziale delle sue donne. Che ammiccano ma non dicono. Che chiamano ma non chiedono. Che si avvolgono in spirali di tessuti, veli, pellicce, trasparenze e si fanno forme geometriche, linee, curve, tratti, per dire se stesse.

Molti, a proposito delle illustrazioni di René Gruau, hanno parlato di figure di “eterna allure”. Il termine allure viene dal verbo francese “aller”, andare. Dove vanno le donne di Gruau con le loro figure filiformi, le piume, i cappelli, gli abiti succinti, quell’eleganza sofisticata? Vanno dritte verso chi le guarda, con una punta di narcisismo. Ma altre volte si nascondono e lasciano solo un segno del loro passaggio: un velo su una poltrona, un guanto, una schiena bianca che si allontana.

Sono come Gruau definì l’eleganza: fluide, ma fatte di volere e sapere, di grazia, di distinzione.

Sono sublimate dal tratto di un artista che ebbe la straordinaria capacità di suggerire sensualità, femminilità, gusto e che seppe creare un mondo di immagini nel quale il pubblico di quel complesso secolo che fu il Novecento trovò un luogo per sognare, anche attraverso la moda.

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Ecco a cosa fa pensare allora quella stella sulla lettera G che fu la firma di René Gruau: all’immagine artistica come ritratto, specchio, espressione di un desiderio, se è vero che desiderio deriva da de-sidera: nel De bello Gallico i desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle ad aspettare chi, dopo aver combattuto durante il giorno, non era ancora tornato. Desiderare, allora, non è che stare, come la G di Gruau, sotto le stelle. E attendere.

Claudia Serrano