Mollo tutto e apro una merceria!

merceriaL’altro giorno ho incontrato a Milano la mia prozia, 82 anni, così per caso. Tornava da una passeggiata e osservando due querce in un giardino mi ha detto “Hai visto com’è strana la natura? Una ha perso quasi tutte le foglie, l’altra è rigogliosa”.
Alludeva alle mie calvizie precoci?
No, voleva solo ammirare i colori dell’autunno, cosa che non avrei minimamente fatto se non avessi incrociato la sua lenta e simpatica camminata.
Io e lei chiacchieriamo sempre come due compagni di banco, così mi ha narrato l’ultima novità del quartiere.
“C’è una merceria più avanti sul viale, pare l’abbia aperta questa grande manager di non so che cosa, si era stufata di tutte quelle pratiche là e ha mollato il lavoro per aprire il suo negozietto”.
Mi ha fatto molto riflettere, se una donna in carriera, una di quelle che le palle le strizza non solo al marito ma anche al capo branco di una nota multinazionale, lascia la sua vecchia vita per iniziare a parlare di orli e bottoni vuol dire che la merceria è ancora un’isola sicura, un luogo di vento calmo.
Grazie a un piccolo hobby che non mi porterà lontano ma è più rilassante di un pediluvio dopo sei ore con gli scarponi da sci, frequento molte mercerie e ho sempre riscontrato una grande umanità e un grande savoir faire. È la verità, chi lavora è sempre accogliente ed educato, chi ne è cliente ci entra con placidità.
Non è come andare in posta che se c’è fila ti innervosisci, in merceria ci possono anche essere venti vedove davanti a te, ti siedi e aspetti il tuo turno facendoti una gran chiacchierata in allegria.
A Melegnano ci sono Le Marcelline, due signore cordialissime che con la loro merceria di provincia riforniscono tutta la bassa padana milanese. Vuoi le calze color carne 85 denari super resistenti? Ce l’hanno. Cerchi disperatamente un’introvabile cerniera per quei pantaloni anni ’70? Ce l’hanno. Non puoi fare a meno di quella piccola sfumatura di raso? Loro ce l’hanno e sono contente di averlo.
Tutto perfettamente inscatolato, ricordano ogni posizione di ogni minimo oggetto, per non parlare dei bottoni, mia madre una volta ha passato la mattinata per abbinare i nuovi bottoni ad un vecchio soprabito. “Mi piace questo rosa cipria ma starei sul corallo, però trovo meraviglioso quel vermiglio”, ovviamente poi oltre al colore bisogna sapersi decidere sulla forma.
Dante a scrivere la Divina Commedia è stato più fulmineo in confronto.
Le Marcelline consigliano, dispensano e ti guidano alla scelta più adatta, che tu spenda 55 centesimi per un metro di raso o 50 euro per un merletto sofisticato.
A Milano un pomeriggio di fine ottobre sono capitato in una merceria storica, sono entrato e sbalordito ho bisbigliato un “WOW” manco fossi entrato in Vaticano trovandomi di fronte la Cappella Sistina, ma queste piccole boutique dove tutto ha un’età e una storia mi emozionano.
Il tripudio della passamaneria, tutti quelle cosette da attaccare alle tende con cui da bambino giocavo a casa della nonna rischiando che mi crollassero addosso quelle preziose mantovane di velluto rosa antico che oramai non esistono più.
In questa merceria è tutto un “Non si usa più” o “Non si trova più da nessuna parte”, il signore, un anziano milanese molto gentile possiede le rarità del settore, dalle velette per cappelli “Le faccio arrivare dalla Francia, guardi, le mosche sono in velluto e sono tutte cucite a mano” meravigliose in ogni sfumatura di colore, ai fiori di tessuto per decorare un blazer un po’ scialbo.
Cassettini di legno e una squisita gentilezza.
“Quanto le devo per questi nastri in raso?”
“Sono 17 euro”.
Questo è stato il momento in cui sono tornato alla triste e dura realtà.
È Parma però a detenere il podio nel mio cuore, in Piazza Ghiaia la merceria diventa il circolo femminile più famoso della città, il più frequentato, il luogo in cui le signore stanno dentro due ore e i mariti vengono spediti a fare tutte le commissioni altrimenti sbuffano.
“Tieni le chiavi Luigi, vai a casa, io vado in merceria e torno”.
Quel “torno” acquisisce un po’ di meritata libertà.
Come per dire “Voglio parlare di uncinetto con la signora per un’ora abbondante senza che tu controlli l’orologio ogni due minuti”.
Qui c’è addirittura il numeretto da prendere ma siccome per tutti è un piacere aspettare e chiacchierare, osservare e prendere spunto dalle scelte altrui, ci si fa passare davanti senza che nessuno dica “Era il mio turno” seguito da parolacce e insulti.
Come invece capita quotidianamente in posta.
Quando vivevo a Parma era una gioia andare in merceria, mi acquietavo, mi sentivo coccolato e le signore hanno imparato a conoscermi, ricordandosi dei miei spostamenti.
“Vai a Milano?”, “E’un po’ che non ti vedo, eri a Milano?”, “Com’è andata in Spagna?” e una volta sulla porta “A presto caro, ciao”.
A presto, sì, è sempre un “a presto”.
Loro, contente e sorridenti, ridacchiano e si prendono in giro.
Se una signora cerca un bottone blu “Ma di un blu un po’ sull’azzurro” tutte le presenti, clienti incluse, sono chiamate in causa, si creano vere e proprie conferenze sull’uso dei colori, sulle tecniche di ricamo più avanzate e c’è sempre quella che presuntuosa sostiene “Io sono velocissima con i ferri, sferruzzo davanti alla televisione!”.
È un convivio la merceria, è un luogo in cui le donne si trovano a tu per tu con le loro passioni, che sia l’uncinetto o il ricamo punto croce, ed entrano in una sorta di mondo parallelo rosa cipria governato da spole e spilli.
Però quando entra un uomo la magia si rompe, i silenzi si fanno più profondi e quando la signora chiede “Che tipo di cerniera le serve?” e lui risponde “Non so, una vale l’altra” allora le donne alzano gli occhi al cielo e comprendono quale sia la loro missione nel mondo.

Lorenzo Bises