Architettura e moda: una stretta di mano?

Vogue July CecilBeatonUn vero scrittore appunta e prende nota di tutto. Ebbene oggi mi sto dimostrando stoico, dopo un piccolo infortunio al dito indice destro ( non avrei mai pensato risultasse così indispensabile alla vita di un uomo) a causa di lavori domestici che non mi sono affini, sono qui pronto a scrivere la mia rubrica settimanale evitando così il licenziamento da parte della dolce Cristina.
Qualche mese fa ho partecipato ad un convegno presso l’Università di Parma inerente al tema “Architettura e Pubblicità”, diverse argomentazioni ci sono state somministrate senza presidi medici chirurgici e soprattutto senza poter mangiare delle patatine, il che avrebbe senz’altro accentuato un lato ironico e pezzente. Già mi vedevo sgranocchiare pop corn appena fatti (a casa ovviamente, per spendere di meno) chiacchierando con il mio vicino come fossi al cinema.

Uno degli interventi che mi ha incuriosito maggiormente trattava come soggetto principale la fotografia di moda e il rapporto con quel contenitore architettonico ricreato in studio nei servizi di copertina all’interno delle riviste. Il professore di semiotica Guido Ferraro presso l’Università di Torino ha così esposto le sue teorie, in modo persuasivo attraverso un ragionamento chiaro e nitido. Vogue, la rivista di settore più famosa al mondo, ai suoi albori non usava la fotografia per rappresentare al meglio gli abiti ma al contrario, il disegno. Il bozzetto veniva elaborato dagli artisti del XX secolo e illustrava i contorni di modelli, di accessori . Vogue parlava di moda, di buone maniere, di letteratura e tutto questo ricostruiva attorno alla modella disegnata un’architettura famigliare, l’interno di una casa dell’alta società perché quello era lo spazio scenico della moda dell’epoca.
Pian piano la fotografia si impone nella moda, la realtà della messa in scena mediata al sogno attraverso fondali dipinti, l’idea di un prodotto da desiderare, di un abito che diventa un simbolo di un’eleganza che la donna degli anni ’40 ammira.
La guerra sconvolge tutto, millanta altri valori quali la sopravvivenza. Non c’è spazio per la moda, non c’è tempo per i vezzi al femminile. Una fotografia che ha fatto storia è quella di Cecil Beaton, maestro della cultura raffinata dell’epoca (Oscar per i costumi di My Fair Lady), in cui una modella ben abbigliata e ben truccata guarda con amarezza una Londra distrutta dai bombardamenti, un cumulo di polvere e cenere.
Ma come? Prima gli abiti di Dior, di Chanel venivano collocati in ambienti sicuri, di stampo borghese, segni distintivi di un mondo a cui tutti aspiravano e ora? La modella cammina su un marciapiede qualunque, sporco, rischiando di sdrucire una gonna di chiffon e calpestando escrementi di cani con delle Ferragamo? Qui è la svolta cruciale.
Tutto cambia e tutto si evolve, la moda segue a ruota e se notiamo in tutti i giornali ci possono capitare degli ossimori molto forti nei servizi fotografici, come se la modella volesse un po’ anteporsi all’idea architettonica dell’ambiente in cui si trova. Così una ragazza dell’alta società che indossa un vestito lungo di seta indiana con ai piedi delle Louboutin per cui qualcuno potrebbe vendersi un rene, si ritrova su una scala antincendio di un comune sobborgo di New York.
L’architettura offre uno svincolo negativo in cui il soggetto si stanzia risaltando il prodotto, come se ti dicessero che con quella borsa puoi scostarti da un ambiente reietto alzando il livello sociale a cui appartieni. Mi seguite? Io no, non riesco a seguire nemmeno una puntata di “Un posto al sole” figuriamoci le vie contorte dei miei pensieri.
Non sempre l’ambientazione è in antitesi con la modella, Parigi fa da sfondo a tantissimi servizi fotografici in cui vengono illustrate le dinamiche di un look sofisticato, glamour, con le più belle piazze a partire da Place Vendome e i più bei alberghi della città più chic sul pianeta. Pensiamo a Milano, città moderna e all’avanguardia che è rappresentata per il suo design emergente, oppure a New York che è ancora radicata nel nostro immaginario collettivo come la grande mela, meta di una moda più estrosa e dinamica. Questi ambienti, questi stili possono causare o no una collisione con il prodotto pubblicizzato e il buon osservatore può farsi un’idea seguendo i propri gusti emotivi.
Meglio una borsa di Dior che costa più del palazzo sbilenco usato come location oppure un abito di Valentino immerso negli stucchi di Versailles? Che dilemma vi ho sottoposto. Mi scuso se a causa mia non riuscirete a digerire i supplì ripieni della nonna. [Io me li sogno la notte].

 

 

Lorenzo Bises