*Romanzo a Puntate* The Queen (1)

VascelloTheQueen1Capitolo 1

«Sei pronta diletta?»

«Prontissima zio, esco subito…»

Helena guardò nuovamente la sua immagine allo specchio, indossò la cuffietta bianca, lasciando liberi alcuni riccioli ad incorniciarle il volto. Sorrise vanitosa alla sua immagine per l’ultima volta ed uscì. Suo zio Aurelio e suo tutore, la stava aspettando nel piccolo corridoio, non appena la vide si accigliò toccandosi il pizzetto scuro.

«Dimmi Helena, cosa ti sfugge delle mie parole? Forse, mia cara, le tue orecchie non comunicano con il tuo cervello?» domandò sarcastico, con poca delicatezza le fece sparire i riccioli all’interno della cuffietta, poi continuò severo: « Una ragazza di buona famiglia non porta i capelli visibili, anzi sarebbe meglio che tu gli tagliassi così non avresti problemi.»

«Ma zio a me piacciono i miei capelli, perché non posso liberarmi di questa cuffia, mi sento una suora!» protestò la giovane guardandolo dritto negli occhi.

«Non guardare Mai un uomo negli occhi Helena, sei una donna e non ti è permesso. Solo le meretrici portano il capo scoperto per aizzare il desiderio degli uomini e ben presto mia cara, imparerai che ti basterà già sopportare il desiderio di tuo marito, senza dover subire anche gli altri…»

«Io davvero non capisco…» Sussurrò la ragazza sull’orlo delle lacrime

«Capirai mia cara, capirai, fra dieci giorni sarai una donna sposata e capirai.»

Helena era figlia di mercante, rimasta orfana in tenera età, era stata accudito da suo zio Aurelio, che fino al raggiungimento della sua età legale avrebbe deciso tutta la sua vita.

Avrebbe compiuto i diciotto anni fra qualche mese, ma prima di allora sarebbe già stata data in sposa ad un ricco mercante di circa quarant’anni; avrebbe avuto in mano la sua vita troppo tardi quando ormai dalle mani dello zio sarebbe finita nelle mani del marito. Ma di questo non si preoccupava, suo zio Aurelio, l’aveva sempre viziata e coccolata, le avrebbe sicuramente assicurato un futuro dignitoso, se non da sogno, per lo meno decente.

«Scusami Zio, farò più attenzione.» Rispose infine abbassando lo sguardo.

«Bene, così va bene. Helena, mia diletta, ti ho cresciuta come una figlia, ti ho dato tutto quello che avevo ed anche di più perché tu vivessi nell’agio, ma ora non sei più in casa mia, fra pochi giorni la tua vita non sarà più protetta da me, ma da tuo marito. Se vorrai una vita tranquilla per te ed i tuoi figli dovrai sempre compiacerlo e non fare mai niente che possa turbarlo o innervosirlo. Mi hai capito?» La mano grassoccia del tutore le si posò sul gomito guidandola verso le scale.

Salirono silenziosi le strette scale fino al ponte. La luce del sole li accecò per un attimo, costringendoli a rimanere fermi sulla soglia fino a quando le ombre indistinte non assunsero contorni più netti.

La vita sul ponte scorreva tranquilla, quasi pigra, i due ospiti passeggiarono vicino al parapetto verso prua.

«Zio, ti prego, parlami ancora di Messer Lodovico…»

«Oh, mia diletta, inguaribile romantica,» le sorrise Aurelio «tuo zio ha scelto per te un ricco mercante di stoffe, e tu, nipote mia, indosserai gli abiti più belli della città, al pari delle nobildonne e delle regine.» la ragazza sorrise arrossendo leggermente, finalmente avrebbe smesso di indossare quagli orribili abiti monocolore di tonalità grigio-nera.

«Messer Lodovico non è mai stato sposato, ha sempre detto che attendeva l’arrivo di una vera perla, e tu sarai per lui una perla di rara bellezza.» Helena guardò il mare aperto poggiando le braccia sul parapetto. Fra pochi giorni all’orizzonte sarebbe comparsa la terra ed allora il suo viaggio, la sua infanzia, la vita con suo zio, tutto sarebbe terminato all’ancora in un molo sconosciuto.

«Inoltre, mia diletta, è un uomo maturo che saprà aiutarti e guidarti, sarò saggio e colto e potrai continuare in casa sua i tuoi studi…»

«Nave in vista!» l’urlo della vedetta interruppe i loro discorsi, entrambi si schermarono il volto per guardare verso l’orizzonte: l’ombra di una nave lentamente appariva nella foschia.

«Che bandiera hanno?» urlò il comandante. affacciandosi anche lui al parapetto.

«Sembra quella francese capitano! Non si muovono sono fermi all’ancora.» urlò di rimando la vedetta dal pennone.

«Forse avranno qualche problema, continuiamo la nostra rotta, avviciniamoci a tiro di voce per vedere se ci sono problemi, ma vi voglio pronti a ripartire in velocità…»

 

*°*

 

Passeggiava sul ponte da parecchi minuti, cercando con lo sguardo il capitano, magari a lui la filastrocca avrebbe detto qualcosa. In breve il trambusto si acquietò; i marinai ora si muovevano esasperatamente lenti e pigri. La nave si fermò nuovamente, fu gettata la piccola ancora, quella utilizzata per soste brevi e partenze improvvise e veloci, era più leggera e maneggevole e bastavano solo due uomini per issarla.

William guardò a poppa, la sagoma di una nave si scorgeva nella foschia del mattino, lo sguardo alzò poi sul pennone dove fiera sventolava la bandiera tricolore.

«Dunque oggi siamo francesi.» disse a se stesso con un mezzo sorriso. Entrambe le braccia poggiò sul parapetto sul lato della nave, si sarebbe goduto la brezza marina ed il sole riflesso nelle creste sull’acqua per ancora qualche minuto, poi sarebbe tornato in cabina: gli atti centrali della commedia non erano di suo gusto.

Amava il primo atto, quando il sipario si levava e negli occhi del pubblico si animava stupore e terrore, nessuno di loro aveva pagato il biglietto per quello spettacolo.

Un mezzo sorriso, quasi un ghigno gli apparve sul volto non appena gli furono davanti i passeggeri dell’altra nave, sgomenti nel vedere issare la bandiera nera.

«Oggi francesi, ma sempre Pirati!» ridacchiò e mentre la foga dell’arrembaggio si alzava, William si dileguò.

 

*°*

 

La mano umidiccia del tutore le strinse forte il gomito, trascinandola con decisione giù per le scale fino alla cabina. La fece entrare con forza, frenetico cercò un posto dove nasconderla.

«Diletta, dentro la cassa, e non uscire per nulla al mondo, neanche se la nave affondasse.» le urlò agitato Mi hai capito? Non uscire mai! Meglio morire per mano del mare che finire fra le grinfie dei pirati. Mai, mai, promettimelo.» troppo impaurita per poter anche solo produrre un suono, la ragazza entrò nella cassa richiudendola sopra la sua testa.

Il tutore soddisfatto uscì e la chiuse a chiave in cabina, si fece il segno della croce:

«Signore proteggi il tuo gregge!» mormorò cercando inutilmente un nascondiglio per se stesso.

Dalla sua postazione, seppur ovattati, le giungevano lo stesso i suoni della battaglia: grida, volgarità, gli schianti delle lame che si intrecciano e qualche terribile esplosione. Non durò molto, circa una mezz’ora che sembrò una vita, e poi calò il silenzio rotto solo da pesanti tonfi sul pavimento di legno e qualche urlo scherzoso.

Sentì i passi sempre più vicini, qualcuno cercò di aprire la porta della cabina e subito si accorse che era chiusa a chiave.

«Ucci, ucci, ucci, sento odor di tesorucci!» disse una voce con forte accento slavo

«Smettila idiota ed apriamo questa porta, non abbiamo tutta la mattina.» lo rimproverò un altro con il medesimo accento.

Tre secondi di silenzio ed uno schianto, la porta si spalancò sotto il peso dei due uomini.

Helena trattenne il respiro per paura che anche quello potesse tradirla, pregò il Signore di diventare invisibile, pregò che i pirati se ne andassero senza guardare nella cassa, ma le sue preghiere non furono esaudite: la cassa si aprì.

«Sapevamo che ci doveva essere una perla da qualche parte…» ridacchiò un ometto esile con i capelli rossi e le lentiggini sul naso, Helena riconobbe la sua voce, la prima che aveva udito fuori dalla cabina.

«Su ragazza,» aggiunse l’altro prendendola per un braccio « vieni con noi e non ci creare problemi.» l’altro era di poco più robusto, pelato, ma dalle sopracciglia poté intuire che fosse anche lui rosso. Tremante li guardò entrambi alzandosi in piedi ed uscendo dalla cassa, forse erano fratelli.

Il ponte, dove poco prima era stata con suo zio, ora era disseminato di cadaveri, e lei sembrava una condannata a morte, scortata dai due rossi, con versi gutturali di compiacimento che si levavano fra i pirati al suo passaggio.

La issarono sul parapetto, dove era posizionata una pedana che attraversava lo spazio fra le due navi, per terminare sul parapetto della nave pirata. Si voltò un attimo, ultimo tentativo di fuga, ultimo sguardo ai cadaveri per accertarsi che Aurelio non fosse fra loro. Il rosso più smilzo le puntò la pistola alla schiena.

«Forza bellezza, non siamo ad una sfilata.»

Helena percorse la passerella seguita dai due rossi con la pistola ben puntata fra le scapole.

«Una donna! » esclamò il capitano, galante le offrì la mano per scendere, Helena lo guardò con disprezzo e scese con un salto, dove per poco non cadde, rifiutando l’aiuto del pirata.

«Fa la preziosa la bambolina, portatela nella mia cabina e che nessuno la tocchi!» urlò l’uomo di rimando.

Non attesero oltre, i due rossi la presero per le braccia scortandola giù per le scale verso la cabina del capitano Jackson, stava per essere chiusa dentro la cabina quando nel corridoio incrociò lo sguardo di un uomo. Un uomo stranamente pulito e ben curato, un pirata gentiluomo, con i capelli neri raccolti in un codino e gli occhi grigi; una cicatrice gli tagliava di netto il sopracciglio destro.

Fu solo un attimo, prima di vedere davanti a sé, solo il legno della porta chiusasi in faccia, sentì le mandate della chiave nella serratura. Per la seconda volta in poche ore era prigioniera in una una cabina.

«Lo spettacolo è iniziato? » domandò una voce che non conosceva, immagino fosse lo sconosciuto con il sopracciglio tagliato.

«A breve, gli ultimi carichi sono stati già portati a bordo, Signore.» questa volta riconobbe lo smilzo rosso.

«Bene, allora sarà meglio affrettarsi!» Continuò lo sconosciuto, e poi dietro la porta si sentirono solo i passi allontanarsi.

Si guardò attorno, la cabina del capitano era grande e con una parete di vetri, si trovava a poppa della nave e da lì si poteva scorgere l’infinità del mare che avrebbero attraversato.

 

*°*

 

Salì sul ponte con i fratelli Kutosky; le passerelle fra le due navi erano state rimosse, tutti i pirati del vascello erano accalcati vicino al parapetto di fiancata: il gran finale stava per cominciare.

«Fuoco!» Ordinò il capitano, subito rispose il cannone

«Fuoco!» urlò nuovamente, e nuovamente la palla di cannone si schianto contro la nave.

«Fuoco!» l’urlo era ancora più forte, ed ancora più forte di l’entusiasmo dei pirati dopo la terza esplosione.

Quando anche l’ultimo eco dell’esplosione fu svanito, un coro di voci si alzò cantando l’inno francese mentre la nave calava a picco lentamente. Non appena il pennone più alto sparì fra le onde anche il canto terminò lasciando il posto all’esaltazione generale.

Questa era la fine dello spettacolo, il resto era solo commercio.

Il capitano salì sul ponte più alto di poppa e sporgendosi dal parapetto si rivolse alla sua ciurma autorevole:

«Fra cinque giorni arriveremo alla baia, ci liberiamo dei nostri ospiti e poi come sempre torniamo in città. Ma ora dobbiamo risolvere una questione.» si era creato il silenzio fra la ciurma e tutti gli occhi erano puntati su di lui « Avrete notato che abbiamo un’ospite in gonnella, cosa ne facciamo?»

Dapprima un brusio e poi urla eccitate si levarono ed una sola frase sembrava avere senso, una frase sulla bocca di tutti.

«Teniamola a bordo, sarà la nostra donna…»

«Io ho un’idea migliore!» disse una voce dal fondo della calca, in disparte dove era rimasto tutto il tempo.

 

Prologo                                                                                                                        Capitolo 2

 

 

 

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Flavia Pellegrino