*Romanzo a puntate* The Queen (6)

helena Capitolo 6

 

Si svegliò presto, dopo una notte carica di incubi, la pozza di sangue in cui giaceva Pasha, la mano maciullata di Fey e persino il misero graffio del marito l’avevano tormentata durante il sonno.

Aprì gli occhi, una luce grigia entrava dall’oblò, si voltò verso William; il marito dormiva apparentemente tranquillo, con la mano sinistra stringeva un fazzoletto bianco, lo riconobbe subito. Non si fermò molto a riflettere sul significato di quel fazzoletto, altri pensieri le si affollarono nella testa, William era lì a pochi centimetri da lei, le sarebbe bastato poco, pochissimo per ucciderlo, ma poi? Poi niente, avrebbe perso la sua protezione e sarebbe finita attaccata per il collo all’albero maestro, se non peggio fra le grinfie di tutta la ciurma.

Allungò delicatamente l’indice verso la mandibola di William, lievemente gli accarezzò il taglio che si stava cicatrizzando, probabilmente non avrebbe lasciato il segno biancastro della cicatrice.

Si alzò lentamente e nel silenzio si vestì nascosta dal paravento, in punta di piedi, poco dopo, uscì dalla cabina. Ritrovò facilmente il corridoio che portava all’ambulatorio, la porta di legno era socchiusa e con una leggera pressione l’aprì. Pasha dormiva tranquillo sulla brandina dove era stato adagiato la sera prima, la fasciatura sul fianco aveva assunto uno strano colorito, ma non osò indagare oltre. Anche il dottor Seymour dormiva, seduto alla sedia, con i piedi sulla scrivania, accanto a lui una bottiglia di brandy vuota, eppure avrebbe giurati fosse piena la sera prima, quando William l’aveva riaccompagnata in cabina. Certo era che dopo una nottata in quella posizione il risveglio del dottore non sarebbe stato felice, e con tutto il rispetto e la stima, Helena non avrebbe proprio voluto esserci in quel momento.

Silenziosa lasciò l’ambulatorio, socchiudendo la porta alle sue spalle, camminò un po’ per i corridoi deserti, raggiungendo infine le scale che portavano al ponte.

Le prime luci dell’aurora imbiancavano il cielo ed il sottile strato di nubi all’orizzonte, le onde pigre si sollevavano in piccole creste riflettendo i primi raggi di quel pallido sole, che as est aerava nascere dal cuore dell’oceano.

La Regina, come il suo equipaggio, era ancora sonnacchiosa, i pochi marinai sul ponte si muovevano lentamente scambiandosi qualche battuta a cui seguiva una pigra risata.

Attraversò la tolda, nel silenzio dell’alba i suoi stivaletti con il tacco quadrato sembravano colpi di cannone sul rosso legno del ponte; un pirata si voltò verso di lei, le rivolse un sorriso sdentato e tornò a sistemare le cime. Helena raggiunse il parapetto di prua e svi si appoggiò a braccia conserte, d’innanzi a lei il mare aperto. Nei tenui colori dell’alba sospirò guardando l’orizzonte, tra quanto avrebbero raggiunto terra? Avrebbe mai avuto una seconda possibilità per riscattare la propria libertà?

Dei pesanti passi risuonarono sulla tolda, Helena si voltò contro luce, per poco non confuse l’uomo che le si affiancò con suo marito William, si schermò il viso e guardò meglio… il capitano.

Julian le si accostò poggiandosi anche lui al parapetto, scrutò l’orizzonte silenzioso, la prua della Regina solcava placida le pigre onde bagnate dall’aurora, diretta ad Ovest. Il mare aperto li avrebbe protetti per un po’, concedendogli del tempo per decidere la nuova meta e tracciarne la rotta, per ora la Regina doveva solo allontanarsi di parecchie miglia dalla terra e da una possibile vendetta della Marina Inglese.

«Bella giornata, no?» la voce del capitano arrivò tranquilla e rilassata, senza quel tono burbero e roco che l’aveva contrassegnato nei giorni precedenti.

Helena si rilassò ed annuì appena, i riccioli le ricaddero innanzi agli occhi.

«Tuo marito non deve essere molto sano di mente se all’alba non ti tiene occupata a letto…» commentò sardonico Julian guardandola, la ragazza arrossì abbassando lo sguardo sulle proprie mani aggrappate con forza alla balaustra.

«Ah…William William, e pensare che ti ha voluto con tanto ardore!» ridacchiò ancora osservandone il palese imbarazzo, poi tornò a guardare l’orizzonte. Rimase in silenzio alcuni istanti mentre rapidamente il cielo, come se fosse una tela nelle mani di un pittore indeciso, mutava i suoi colori dall’oscurità della notte, al violetto, poi il rosa ed infine il celeste, mentre il sole alla loro spalle si levava in cielo per iniziare un’altra lunga giornata.

«Ho saputo quello che hai fatto ieri per Pasha, te ne sono grato. Siamo pirati, ma siamo anche una famiglia e non è mai bello dover abbandonare in mare un compagno.»

Helena lo ascoltò meravigliata, il temibile capitano Jackson la stava ringraziando. La sua attenzione fu brevemente attirata da altre voci poco più lontane.

«Hai visto Fey ieri?» domandò un pirata passando delle cime ad un compagno

«Si purtroppo l’ho visto…oggi mangeremo da schifo.» gli rispose l’altro afferrando le corde al volo.

«Vorrai dire… SE mangiamo…» soggiunse il pirata sdentato in un sospiro.

Helena rimase colpita da quel dialogo, lei stessa aveva visto le dita maciullate del povero Fey, si voltò verso Julian.

«Poverino, la mano era proprio distrutta, il dottor Seymour ha fatto del suo meglio ma non la potrà utilizzare per un po’.»

Il capitano la guardò perplessa per alcuni istanti, poi afferrando il senso delle sue parole scoppiò a ridere, attirando l’attenzione dei due pirati che sghignazzarono di rimando senza però comprenderne il motivo.

«No, ragazza, Fey potrebbe cucinare anche con i piedi e farebbe piatti sopraffini» rise ancora guardandola «il problema di Fey è l’umore, quando è triste, nervoso, teso o depresso è capace di cucinare delle cose immangiabili, più di una volta ho dovuto sequestrare il rancio e tenere a digiuno la ciurma. Meglio un po’ di fame che la cacarella o qualche altra diavoleria che colpisce i visceri.»

Helena annuì appena, non ancora le parevano chiare le parole del capitano, probabilmente avrebbe chiesto spiegazioni a Boris o a William più tardi.

Si ravviò i capelli , il sole ormai alto illuminava la Regina allontanando tutte le ombre della notte e dell’ozio, si congedò dal capitano e tornò sottocoperta.

Attraversò i corridoi diretta alla cabina del dottor Seymour, quando passò davanti alla cambusa un mesto borbottio attirò la sua attenzione, la porta era socchiusa e da quello spiraglio poté vedere il pirata con le treccine borbottare improperi di ogni genere mentre pelava le patate, le bucce sporche di terra finivano nel pentolone sul fuoco mentre i bianchi ortaggi venivano gettati nel cestino sotto il tavolo, in quel momento capì le parole di Julian. Bussò delicatamente con le nocche ed entrò timidamente.

«Signor Fey, posso? Volevo sapere come stesse.» l’uomo si voltò verso la porta, quasi furente.

«Signor Fey? Ma che diamine vai blaterando ragazza?» le urlò di rimando gettando con violenza la buccia nel pentolone e la patata nella spazzatura. «Non ha senso! È come se ti chiamasse Signorina Pupa.» lanciò qualche imprecazione senza più guardare Helena.

«Mi chiamo Samir Feydan,» riprese poi con più calma lasciandosi cadere seduto su una seggiola traballante «ma da quando ero ragazzo mi chiamano Fey, è più semplice…» la guardò «ora capisci perché chiamarmi “Signor Fey” non abbia senso?» sospirò «E poi, io non sono un signore, sono solo un cuoco, un pirata cuoco.» dimenticandosi per un momento della mano inferma impugnò il coltello. Lo lasciò cadere immediatamente lanciando un ululato di dolore ed una sfilza di imprecazione.

«Ieri affermava con gioia che sentire il dolore fosse un bene di cui essere felici.» gli disse pacata Helena avvicinandosi al bancone da lavoro.

«Ieri ero ubriaco, ragazza.»

«Ed oggi sta scontando la sbronza di ieri…lo so…» senza chiedere permesso raccolse il coltello da terra e lo mise nell’acquaio.

«Non mi dare del lei, ragazza, mi fai sentire un idiota.»

«Va bene Fey, posso aiutarti? Tu devi riposare con la mano in quello stato.»

«Non saprei…» balbettò il pirata «io, io beh sono abituato a lavorare da solo…»

Helena gli sorrise mostrandogli le mani, con i palmi aperti verso l’alto.

«Io sarò le tue mani, dimmi cosa fare…» lentamente Fey sembrò aver recuperato la calma, le indicò le patate e le cipolle da mettere nel brodo rimanendo in silenzio.

Silenziosa come lui, Helena tolse il pentolone dal fuoco, lo svuotò, lo pulì per bene e lo riempì di altra acqua, sciacquò poi le patate finite nella spazzatura e le mise nella pentola, per poi continuare a pelare le altre sul tavolaccio.

Samir Feydan rimase ad osservarla silenzioso ancora per qualche istante ed infine parlò.

«Ieri abbiamo preso un bel po’ di provviste dalla nave inglese, appena finisci con le patate metti qualche pezzo di carne essiccata in pentola in pentola.» Fey si alzò e con la mano sana iniziò a raccogliere vasetti di spezie che poggiò sul tavolo,prese il pestello ed un contenitore di ferro e. Con accuratezza scelse alcune spezie sentendone il profumo e le mise dentro il contenitore iniziano a pestarle.

«Cosa fai?» Helena lo guardava attenta.

«Questo è il mio segreto, in ogni piatto metto sempre delle spezie sminuzzate e mescolate fra loro, il piatto cambia sapore in poco.»

 

Capitolo 5                                                                                                                   Capitolo 7

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Flavia Pellegrino