*Romanzo a puntate* The Queen (3)

William Capitolo 3

 

Chiuse la porta a doppia mandata e la buttò sul letto, che produsse un sinistro cigolio.

Helena chiuse gli occhi e le mani si aggrapparono alle lenzuola del letto preparandosi al peggio. Non accadde nulla.

Aspettò alcuni secondi, poi lentamente aprì prima un occhio poi l’altro: era sola nel letto, William era seduto allo scrittoio occupato a scrivere.

Fece un leggero movimento per rimettersi dritta ed un altro cigolio si levò dal letto, un coro di grugniti e volgarità rimbombò dietro la porta, la ciurma origliava la loro prima notte di nozze.

William la guardò, le rivolse il suo strano sorriso obliquo, e le fece cenno con la mano di continuare prima di tornare alle sue occupazioni.

 

Si mise seduta sul letto ed iniziò a saltellare, producendo cigolii sempre più forti, che, a giudicare dai rumori dietro la porta, entusiasmavano la ciurma. Helena era a dir poco confusa, il pirata con il sopracciglio tagliato continuava indisturbato a scrivere, come se lei non ci fosse, o meglio come se il suo unico dovere fosse saltellare sul letto.

Dopo circa una decina di minuti si era stancata, allo stremo si getto all’indietro sul materasso emettendo un sospiro rumoroso.

William la guardò nuovamente, le sorrise ammiccando ed anche lui produsse un lungo e rumoroso gemito soddisfatto, che come risultato ebbe l’esaltazione e l’ovazione della ciurma dietro la porta; poi calò il silenzio ed i passi si allontanarono.

L’uomo mise a posto le sue carte, si alzò e si avvicinò ad Helena, si chinò su di lei fino a sfiorarle l’orecchio pizzicandole la guancia con la barba incolta.

«Sei stata brava ragazza, ora puoi cambiarti, non vorrai dormire in abito nuziale…» la giovane rimase immobile fino a 1uando William non si fu allontanato.

In un angolo si spogliò lentamente rimanendo in mutandoni.

A tentoni Helena cercò qualcosa da mettersi.

«Dietro il paravento.» disse lui senza voltarsi. La ragazza non se lo fece ripetere due volte: finalmente un posto dove nascondersi. Si stava spogliando ancora dall’ingombrante abito, quando sentì il cigolio famigliare: lui era a letto.

«Se vuoi rimanere la dietro tutta la notte per me non ci sono problemi, se invece vieni a letto, cerca di rimanere dal tuo lato e non darmi fastidio!»

Helena non rispose, finì di cambiarsi in silenzio e rimase nascosta dietro il paravento fino a quando non sentì il respiro di lui regolarizzarsi.

William dormiva tranquillamente occupando solo un piccolo spazio del letto, il talamo non era così grande ed era evidente che lui si fosse stretto per lasciarle spazio.

Si distese su un fianco, volgendo la schiena all’uomo, continuava a pensare alle parole di Boris quel pomeriggio. Ai marinai ed a suo zio, fatti prigionieri dai pirati e venduti come schiavi, era stato detto che era morta… nessuno l’avrebbe mai cercata, nessuno l’avrebbe mai slavata. Il suo destino era nelle sue mani, forse per la prima volta in diciotto anni il suo futuro era realmente solo suo.

Qualche ora più tardi, stremata, si addormentò.

 

*°*

 

Quando aprì gli occhi era sola nel letto, si voltò mettendosi sulla schiena.

«Ben svegliata Helena.» suo marito era già vestito, si stava allacciando la cravatta al collo, istintivamente la ragazza si tirò il lenzuolo fino al mento arrossendo vistosamente.

«Attracchiamo fra pochi minuti, rimarrai sulla Regina con Pasha e Boris. Prova a fare una fesseria e la prossima volta ti chiudo in cabina.» Helena annuì rimanendo sepolta sotto le lenzuola.

«Molto bene, allora buona giornata mia sposa…» si chinò su di lei, la ragazza serrò le labbra temendo il peggio. William si chinò sul letto, infilò una mano sotto il cuscino, prese un pezzo di stoffa e si rimise dritto, sfiorandole la guancia. La guancia di lui, contro la sua era liscia questa volta ed aveva un piacevole profumo di sapone, era evidente che si fosse rasato quella mattina stessa.

«Un’ultima cosa,» aggiunse avvicinandosi alla porta «in mia presenza non voglio vederti indossare quelle stupide cuffiette, non ho sposato una monaca.» detto questo uscì dalla cabina richiudendo alle sue spalle la cabina, questa volta però, nessuna chiave nella serratura segnò la sua prigionia, forse aveva davvero guadagnato un briciolo di libertà.

 

La regina era una nave di legno rosso, con tre alberi di cui uno solo altissimo e centrale. Era attaccata al molo di una cittadina parecchio movimentata, sul pennone poté vedere una bandiera tricolore che sventolava nella lieve brezza mattutina. L’equipaggio indossava delle uniforme da marinai estremamente pulite. Anche Pasha che le camminava al fianco, era tutto impettito, con i capelli lavati e laccati all’indietro, l’uniforme impeccabile, l’accompagnò a passeggiare sul ponte con una camminata rigida in una terribile imitazione delle movenze dei gentiluomini.

Probabilmente nessuno dalla banchina, guardando la maestosa Regina, la sua bandiera sul pennone, l’equipaggio stranamente silenzioso e garbato, avrebbe mai immaginato si trattasse di una nave di pirati e che lei, giovane dama a passeggio sul ponte, ne fosse una prigioniera.

Boris e Pasha camminavano accanto a lei, uno con la pistola ben visibile alla cintola, l’altro con un mazzo di chiavi tintinnanti, discorrevano amabilmente come tre vecchi e cari amici, eppure quei due simboli erano un chiaro monito.

Passeggiava sul ponte, parlava, rideva, scherzava, ma non era libera: un atto avventato avrebbe causato un’immediata detonazione , un passo falso l’avrebbe rispedite in cabina, prigioniera delle pareti di legno. Per poter fuggire avrebbe dovuto essere più astuta, per prima cosa doveva guadagnarsi la fiducia dei suoi carcerieri, di suo marito e con molta probabilità di tutta la ciurma che ancora la guardava con sospetto, e forse, solo allora, avrebbe avuto la sua possibilità di libertà.

 

 

*°*

 

«Come è andata?»

«E’ sempre più bella ed è sempre più difficile separarmi da lei.» William portò al naso il fazzoletto bianco ispirando lentamente «Voglio essere libero Julian, non posso aspettare oltre, ne tanto meno può aspettare lei… presto mi dimenticherà ed io non potrò più riaverla. Mettiamo fine a questo rompicapo.» l’uomo si sedette di fronte alla scrivania.

«Ho indagato e le mie certezze sono state confermate, il re non aveva eredi di sangue, ne nessuno è stato mai proclamato suo vice e successore sul Poseidon.» aggiunse il capitano Julian intrecciando i piedi sul ripiano della scrivania.

Un leggero scossone e la nave fu in movimento.

«Salpiamo già? Pensavo avremmo risolto l’enigma prima, Julian!» Protestò William alzando la voce.

«Wil, non posso tenere i miei uomini a far nulla, diventeranno femminucce e non risponderanno ai miei ordini, tu non temere, ti porto a terra come nei patti, ogni mese fino a quando tutto questo non sarà finito ed il segreto del capitano Morton sarà nelle mie mani.»

Philip Morton era stato il più temuto pirata del secolo, aveva amato un’unica cosa in tutta la sua vita, e per lei si era battuto fino alla sua porte: la pirateria. A differenza di molti altri pirata lui era rimasto fedele al suo primo vascello il Poseidon, il flagello dei mari.

«Concentriamoci sulla prima strofa. “Giace per sempre nel mio cuore / ciò che mi fece re ed imperatore / Furono mari ed oceani / balocchi nelle mie mani.”» William la declamò ad alta voce, ormai l’aveva imparata a memoria. Rimasero in silenzio alcuni istanti, poi continuò «Dove si trova il suo cuore? »

«Nel suo corpo, o quello che ne è rimasto dopo la visita dei vermi…» rispose di getto il capitano, poi guardò William, si raddrizzò riportando i piedi per terra, la sua voce cambiò quando continuò a parlare «Non hai intenzione di riesumare il re, vero William?» Juliam sembrava davvero turbato.

«Beh da qualche parte bisogna pure iniziare!» ridacchiò il suo interlocutore, alzandosi «Dì ai tuoi uomini di cambiare la rotta…» nuovamente sorrise «Ora scusami, ma mia moglie mi aspetta.»

Julian annui lentamente sorridendogli di rimando.

«Bene, stasera sarete miei ospiti per la cena, nel frattempo accertati che tua moglie abbia imparato le leggi vigenti sulla mia nave.»

 

*°*

 

Helena stava disegnando seduta rannicchiata sul letto, tranquilla, quasi rilassata, ma non appena sentì la porta aprirsi si irrigidì e cercò di assumere una posa più rispettabile.

«Buon giorno mia cara.» le sorrise William.

Suo marito non sorrideva, sembrava ne fosse incapace, ma faceva un mezzo sorriso, un ghigno quasi, l’angolo destro delle labbra si sollevava, e si inarcava il sopracciglio destro, facendone risaltare la cicatrice. Gli occhi grigi sorridevano e rendevano quasi amabile quel ghigno, o per meglio dire quel mezzo sorriso, l’unico che l’uomo sapesse fare. Le aveva rivolto quella stessa espressione quando si erano incontrati nei corridoi della nave la prima volta, poi lo stesso sguardo e sorriso le era stato dedicato il giorno delle nozze e quel mattino. Helena immaginò si sarebbe dovuta abituare a quell’espressione ed a quello sguardo senza tremare come una foglia ogni volta.

«Come stai? E’ stata piacevole la mattinata con i fratelli Kutosky?» continuò lui sedendosi di fronte a lei sul letto, la ragazza si limitò ad annuire.

Le mani di lui le sfiorarono la nuca ed i capelli raccolti, andando a sciogliere con un rapido gesto la sua acconciatura: una cascata d’oro le ricadde sulle spalle e sulla schiena.

«Tienili sciolti,» le sussurrò accarezzando un ricciolo «sono così belli, è un peccato mortificare la tua femminilità legandoli.» nuovamente la ragazza si limitò ad annuire.

William si scostò da lei sospirando, si alzò dal letto e le diede le spalle.

«Helena, ora sei mia moglie,» iniziò calmo «il matrimonio forse non era quello dei tuoi sogni, tuo marito non è il tuo principe azzurro, ma ora ci siamo e dobbiamo vivere al meglio quello che abbiamo.» sospirò sfilandosi la giacca ed iniziando a sbottonarsi la camicia «Essere mia moglie ti da protezione dagli sguardi e dalle voglie animalesche della ciurma, ti da il loro rispetto, perché una Signora non si tocca, tanto meno se è la Mia Signora.»

Helena lo ascoltava a testa bassa, sbirciando spesso il suo dorso nudo, i muscoli della schiena in risalto ad ogni movimento delle braccia, scura la pelle, abbronzata, segnata da bianche cicatrici, di cui due sul fianco sinistro, come se fossero graffi di un grosso, irreale, felino, ed una lunga sulla schiena, sopra la scapola destra.

«Non sono un filantropo, ed a suo tempo ti dirò perché ti abbia sposata, per ora basta che tu sappia qualche regola. Sono un uomo rispettabile, anche se viaggio sulla Regina, quindi non ho voglia di venire a sapere che apri le gambe per qualcuno, ne sulla terra, meno che mai sulla nave. Bada bene, ad un uomo della ciurma che si rincoglionisce per una gonnella, il capitano Jakson non esita a mettergli il cappio al collo, quindi bada alle tue azioni.» William indossò una camicia pulita, ma meno elegante di quella indossata in mattinata e cambiò giacca. Non ricevendo risposta da Helena immaginò che avesse nuovamente annuito.

«Sei mia moglie, che ti piaccia o meno condivideremo questa cabina e questa vita per parecchio tempo ancora, quindi fatti passare la paura che hai di me e abbi il coraggio di parlarmi… detesto parlare da solo.»

L’uomo guardò lo specchio aggiustandosi il collo della camicia, aspettò parecchio prima di riuscire a sentire la risposta della ragazza, un timido “si” quasi paragonabile allo squittio di un topo.

«Benissimo, indossa l’abito blu, questa sera siamo ospiti del capitano Jakson per la cena.»

Helena si spostò dietro il paravento, ogni movimento lento ed estremamente curato per paura di far vedere una parte del suo corpo nudo a quell’uomo, per paura che si ricordasse di far valere i suoi doveri coniugali.

Sentì il fruscio famigliare della piuma contro la carta, suo marito aveva ripreso a scrivere, come sempre ignorava la sua presenza.

Quando uscì da dietro il paravento, William la guardò, così avvolta in seta blu, con dei pizzi ad ornarle il decoltè e gli sbuffi delle maniche, l’uomo accennò ad un sorriso sollevando il sopracciglio, sospirò rimettendo a posto l’inchiostro e la pergamena, e la guardò nuovamente.

«Sei incantevole, si direbbe quasi che io sia un marito fortunato.» le porse il braccio accompagnandola verso la cabina del capitano.

 

 

*°*

 

La cabina del comandante era diversa da come la ricordava, la luce del giorno non irrompeva più dalla vetrata di poppa, dove si vedeva solo una profonda oscurità. Neanche le stelle brillavano quella sera, offuscate da spesse coltri di nubi.

La sala era illuminata dalla luce tremolante delle candele ed il tavolo era imbandito come per una serata di gala, perfettamente apparecchiato. Se avesse preso il centimetro avrebbe sicuramente ritrovato le perfette distanze fra i bicchieri ed i piatti, e fra le numerose posate.

Il capitano non era ancora arrivato, un marinaio che non conosceva ancora li accolse facendoli accomodare sul piccolo diano non molto distante.

In quel silenzio, Helena, quasi si dimenticò della presenza del marito ed iniziò a muoversi nella cabina. L’ultima volta che era stata lì, era stata appena presa prigioniera e non aveva badato a tutti quei particolari, ora era diverso, eppure era passata poco più di una settimana. Poco più di una settimana per stravolgerle la vita.

Passò le dita sul pianoforte polveroso, era evidente che nessuno lo suonava da tempo, fece una leggera pressione con l’indice, il tasto si abbassò.

 

 

 

 

Capitolo 2                                                                                                                Capitolo 4

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Flavia Pellegrino