*Romanzo a puntate* The Queen (2)

Capitolo 2

schiaviCome ogni volta che parlava, tutta la ciurma si azzittì. Gli uomini si divisero, lasciando al centro un corridoio percorribile.

«Dimmi William ti ascolto.»

L’uomo percorse il ponte fino a pochi passi dal rialzo dove si trovava il capitano Jackson

«La voglio in sposa.» un mormorio si levò fra la ciurma; Jackson aprì bocca per parlare, ma William lo precedette «Me lo devi Jackson!»

«Se è questo quello che vuoi…» si limitò a dire il capitano alzando le spalle «Desideri per caso qualcos’altro?» aggiunse poi sarcastico.

«In effetti qualcos’altro ci sarebbe…» rispose pacato e quasi sfrontato l’uomo. « Agli altri prigionieri deve essere detto che è morta, non voglio avere alle calcagna i segugi,» il capitano annuì appena- ed un’ultima cosa, vorrei che mandassi un uomo a terra, non appena arriviamo in città, per comprarle degli abiti ed un vestito nuziale.»

Un silenzioso brusio serpeggiò fra gli uomini della ciurma, nessuno poteva prendersi la libertà di parlare con così tanta sfrontatezza al capitano, solo a William era permesso, e questo lo rendeva rispettato quasi quanto il capitano stesso.

«Molto bene.» concluse Jackson, lo sguardo si posò su i due rossi «Kutosky Junior e Senior vi occuperete della promessa del nostro Signor William, portatela nell’ambulatorio di prua, rimarrà lì fino al giorno delle nozze. Sarà vostra responsabilità controllarla e fare in modo che arrivi alle nozze illesa, vi occuperete del suo vestiario quando attraccheremo. Non la voglio vedere in giro fino al matrimonio, per me e tutti gli altri la ragazza è morta, ed il suo corpo è cibo dei pescecani.» Scese con un balzo dal parapetto atterrando davanti a William, un solo sguardo bastò perché l’uomo lo seguisse nella sua cabina.

Raggiunsero la cabina proprio quando i fratelli Kutosky portavano via una scalpitante ragazza con la cuffietta di traverso ed alcuni capelli biondi innanzi al volto.

«Un giorno mi dirai perché vuoi sposare un diavolo biondo, ora parlami del manoscritto!»

 

*°*

 

Dalla cabina aveva sentito le cannonate, i terribili schianti, il canto francese e poi l’entusiasmo dei festeggiamenti. Ne era seguito un lungo momento di silenzio e poi di nuovo i passi sul ponte, giù per le scale, nel corridoio, davanti alla porta…

La serratura scattò.

«Andiamo ragazza, il capitano tu ha riservato un’altra stanza.» le disse il ragazzo calvo invitandola ad uscire.

«Sei fortunata bellezza, il capitano ti darà in sposa al Signor William e fino ad allora nessuno ti toccherà… non posso assicurare il poi però!» lo smilzo si beccò uno scappellotto dal fratello.

Lasciarono la cabina proprio quando il capitano Jackson e lo sconosciuto con il sopracciglio tagliato stavano per entrarvi. La condussero lungo un corridoio, e dalla strada percorsa immaginò di essere arrivata a prua quando la fecero entrare in una cabina.

«Io non posso sposare nessun William!» urlò per l’ennesima volta «Sono già promessa!»

I due fratelli si chiusero dentro la cabina con lei per evitare inutili tentativi di fuga.

«Per caso è un pirata il tuo promesso?» Domandò con calma il calvo

«No, si, cioè no, non lo so!» continuò isterica Helena accasciandosi in un angolino

«Come si chiama il tuo promesso, cara?»

«Messer Lodovico. » aggiunse in un singhiozzo

«Lodovico, Lodovico…» i due fratelli fecero roteare gli occhi

«No, nessun pirata di nostra conoscenza, meglio così non creerà problemi per le nozze annullate!» ridacchio il rosso smilzo

«Come ti chiami ragazza? » domandò con più serietà il calvo

«He… Helena.»

«Bene Helena, sarai nostra ospite per un bel po’, quindi è meglio chiarirci subito. Io sono Boris, e mio fratello Pasha;» indicò lo smilzo «saremo le tue guardie fino al matrimonio.»

La ragazza si mise nuovamente ad urlare isterica, con estrema calma Boris tirò fuori dalla fondina, attaccata alla cintola, una pistola e gliela puntò addosso.

«Regola numero Uno, tu urli io sparo…» la ragazza si zittì immediatamente «Brava Helena, impari in fretta. Regola due non tentare la fuga, è un tentativo vano, ti riacciuffiamo anche in capo al mondo, e non saremo benevolenti. Regola tre non uscire mai da questa cabina, se il capitano ti vede tu riduce a brandelli di carne per pescecani. Tutto chiaro?»

Helena annuì tremante.

«Bene, ci rivediamo per il rancio… buona giornata milady.» continuò sardonico il calvo uscendo con il fratello dalla cabina e facendo scattare la serratura.

Bisbigliarono qualcosa e poi alcuni passi rimbombarono nel corridoio.

Scoppiò a piangere e singhiozzare fino a quando non si addormentò stremata, cullata dalla nave in movimento fra le onde.

 

*°*

 

«Tutto qui? Solo questa stupida filastrocca?» sbraitò il capitano Jackson

«Non ho altro Julian, ho letto e tradotto ogni singola riga del manoscritto, ma l’unico riferimento al suo segreto è in questa filastrocca.» rispose tranquillo William allungando le gambe.

«Il Re non aveva eredi, eppure aveva tante amanti, potrebbe essere una gravidanza non riconosciuta?»

«Se non lo sai tu… io dovevo solo tradurlo e l’ho fatto!» fece un’alzata di spalle

«No mio caro, se credi che ti lascerò andare, hai proprio sbagliato! Tu devi tradurre questa filastrocca, quando il tesoro segreto sarà fra le mie mani sarai liberi, tu e la tua mogliettina.» William si accigliò alle parole del capitano.

«Non erano questi i patti, Julian! Ho pagato il mio alto prezzo, ora voglio la libertà!» sbottò l’uomo

«Traduci la filastrocca e sarai libero…» William si alzò di scatto facendo cadere la sedia rumorosamente alle sue spalle «un’ultima cosa…» lo bloccò il comandante « modera i tuoi modi in presenza della ciurma. Io sono il capitano!» William lo guardò serio e poco prima di lasciare la cabina aggiunse:

«Non sei cambiato per niente, Julian!»

 

*°*

 

Cinque giorni più tardi, diversamente dai giorni precedenti, vennero entrambi i fratelli Kutosky a portarle il rancio, qualcosa non quadrava, poteva sentire la tensione nell’aria. La nave era all’ancora dall’alba e da allora il movimento continuo sul ponte non si era fermato.

La cabina non era dotata di oblò e per quanto la curiosità la divorasse non poté capire nulla di ciò che accadesse, sperava nell’arrivo della marina o di qualsiasi altra imbarcazione che l’avrebbe potuta salvare.

«Cosa sta succedendo?» si azzardò a dire

«Oggi è la giornata del…» esordì Pasha

«Zitto idiota, e zitta anche tu! Regola quattro nessuna domanda, nessuna parola, singhiozzo, sospiro o pianto fino a mio contrordine!» sbottò il calvo Boris maneggiando la pistola come ammonimento.

Ai rumori sul ponte ben presto seguirono urla e lamenti. Continuò così tutta la giornata, solo a sera calò il silenzio e la nave ripartì.

 

Il giorno successivo venne solo Pasha, riuscirono a parlare un po’ e lui le offrì del Rhum. Non aveva mai bevuto alcolici e ben presto scoprì la loro capacità lenitiva dei dispiaceri, dopo due bicchieri aveva voglia di ridere, cantare e ballare, ed avrebbe ballato se non stesse già ballando la cabina attorno a lei. Al terzo bicchiere crollo.

Si svegliò in tarda mattina con un terribile mal di testa, sembrava ci fosse calma piatta sul ponte eppure ogni scricchiolio era un tonfo nella sua testa, vomitò due volte nel secchio vicino alla porta e tornò nel suo cantuccio a fissare il vuoto, con il senso di nausea che aumentava ad ogni piccola oscillazione della nave.

Pasha l’aiutò a ripulirsi e le fece mangiare un po’ di pane per farla sentire meglio, rimase con lei fino a sera, poi quando i rumori sul ponte e nei corridoi cessarono l’accompagnò fuori a prendere un po’ d’aria.

Erano sei giorni ormai che non vedeva il cielo, e lo spettacolo delle stelle luminose le dette un sollievo inimmaginabile. Erano tutti sotto lo stesso cielo, qualcuno l’avrebbe trovata e salvata, per ora doveva sopravvivere e senza rendersene conto provò un po’ di gratitudine per Pasha che nel suo piccolo cercava di alleviarle il triste destino.

 

Qualche giorno più tardi:

«Si gioca ancora qui?» disse Boris entrando nella cabina dell’ambulatorio, si sedette accanto al fratello sbirciando le carte sul tavolo. «Chi vince?»

«Tanto per cambiare lei…» protestò Pasha sconsolato.

«Tuo fratello è un pessimo baro!» lo rimbeccò Helena guardò Boris ridendo

«È bravo Pasha! Non riesci a barare neanche contro una ragazza!» il fratello gli dette una pacca sulla schiena «Ora lascia a me le carte, e vai a prepararti fra poco attracchiamo e tu hai dei servizi da fare in città!» il fratello smilzo annui, lasciò le carte in mano al calvo, fece un gesto elegante di commiato e se ne andò.

Da qualche giorno Helena ed i fratelli Kutosky avevano trovato un modo di alleviare quella prigionia, giocando a carte, a dadi oppure parlando a lungo: lei li raccontava della terra dove era nata, di suo zio Aurelio e dei lussi in cui aveva vissuto, loro ridevano e facevano battute sconce ricordando tutte le loro avventure piratesche.

 

Pasha rimase fuori alcune ore e quando tornò per l’ora di pranzo aveva con se una sacca piena.

«Ecco qui il corredo della nostra sposina!» disse entusiasta mostrando gli abiti che aveva preso «spero siano di tuo gradimento, ho fatto un po’ di testa mia…»

Infatti, fra alcune vesti davvero incantevoli color avorio, rosa chiaro o verde acqua si nascondevano dei veri obbrobri di sartoria degni di una dama da bordello.

«Ed ecco il gran finale…» Pasha estrasse un abito di organza avorio, il corpetto stretto con ricami rosa antico, la gonna lunga e leggermente ampia, un velo di pizzo completava l’opera.

«Quanto ti sono costati?» domandò preoccupato il fratello. Pasha mostrò il suo miglior sorriso, scoprendo una fila di denti ingialliti, si grattò il capo evitando di rispondere.

«Li hai rubati?» saltò alla conclusione Boris

«Beh, insomma, il mercante era molto preso da altre faccende, sai Helena, si dice che la sua promessa sposa non sia mai arrivata in porto…» le strizzò l’occhio «Considera questi abiti come domo di nozze dal tuo Ex-futuro-sposo Messer Lodovico.»

Helena si sentì morire, guardò l’abito nuziale, il suo destino era ad attenderla oltre la porta di quella cabina, in quei giorni di reclusione quasi si era illusa di non dover mai varcare quella soglia ed affrontare quella nuova vita, che ancora una volta, altri avevano deciso per lei.

«Beh, ragazza, noi andiamo, tu devi sistemarti, al tramonto ci sarà il matrimonio, non appena avremo raggiunto il mare aperto…»

Altro non aggiunsero i due rossi prima di andarsene.

 

*°*

 

Erano salpati da poco più di due ore, ed il sole iniziava a tingere il cielo e le acque di rosso.

Sul ponte erano state disposte delle fiaccole e qualche fiore, il capitano aspettava impaziente, infine il suo volto si distese.

William si voltò seguendo lo sguardo del comandane e vide arrivare la sua sposa. Il corpetto avorio le aderiva al ventre facendole risaltare la piccola curva del seno, la morbida gonna leggermente posata sui fianchi, scendeva lungo le gambe fino al suolo, dove una porzione di stoffa strisciava dietro di lei. Il volto basso nascosto dal velo di pizzo, le braccia nude congiunte in grembo. I due fratelli l’accompagnavano standole ai lati, la mano di Boris le era appoggiata sulla schiena, come incentivo a proseguire.

Quando gli fu abbastanza vicina, riuscì a guardarla negli occhi attraverso i fori del pizzo d’avorio, e quasi gli sembrò di leggervi stupore. William le sorrise inarcando il sopracciglio tagliato, le stava facendo un grosso favore e presto gliene sarebbe stata grata.

La Cerimonia fu estremamente breve e, ad ogni esitazione nelle risposte della ragazza si sentiva una pistola che veniva caricata, bastava questo perché la voce tornasse chiara e sicura.

«Lo sposo può baciare la sposa, e mettiamo fine a questa tragedia!» sbottò infine il capitano Jackson.

William alzò il velo e senza attendere oltre si chinò sulle labbra di lei in un bacio deciso e invadente. Helena rimase immobile, l’alito di Rhum di quello che ora era sua marito, le dava la nausea.

L’uomo si staccò da lei, guardò la ciurma, emise un suono gutturale soddisfatto, fa cui si scatenarono le ovazioni dell’equipaggio.

«Finiamola William, portatela in cabina e non vi azzardate ad uscirne!» Borbottò seccato il capitano, scatenando altra approvazione nei suoi uomini, che evidentemente si immaginavano nel ruolo di mariti, con quella fanciulla fra le braccia.

William la prese in braccio, facendo passare il braccio sinistro sotto le ginocchia di lei ed a passo deciso attraversò il ponte e scese la scale. Entrò, con un calcio ben assestato alla porta, nella cabina, la porta rimbalzò contro la parete laterale e si richiuse con uno schianto. Helena tremava fra le sue braccia bianca come un lenzuolo.

Il pirata chiuse a doppia mandata la porta, e senza troppe cerimonie gettò la ragazza sul letto, che produsse un sinistro cigolio.

 

 

Capitolo 1                                                                                                                  Capitolo 3

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Flavia Pellegrino