Malalai Joya e Fatima Bhutto, due voci dell’Islam in rosa

Mentre le immagini dall’altra sponda del Mediterraneo rivelano una generazione di ragazzi e ragazze di cultura musulmana, desiderosi di libertà e democrazia, sono uscite nel nostro Paese le autobiografie di due protagoniste del mondo islamico di oggi, diverse tra di loro ma emblematiche di quanto ci può essere di nuovo e di interessante, soprattutto da parte delle donne, in una cultura che spesso sconcerta e spaventa, ma che nasconde dentro di sé, come dimostrano le cronache contemporanee, bisogni e esigenze di nuovo che saranno sempre più difficili da arginare.

In Canzoni di sangue (Garzanti) Fatima Bhutto, nipote di Benazir, prima donna capo di Stato in un Paese islamico integralista come il Pakistan poi assassinata, racconta la storia della sua famiglia, considerata da molti i Borgia asiatici, partendo dal punto di vista di suo padre Murtaza, idealista che studiò nelle Università occidentali, ucciso quando lei aveva solo quattordici anni da un complotto pare orchestrato dal marito di Benazir, in una linea di morte che ha coinvolto anche il nonno e lo zio di Fatima. Un libro appassionato e commovente, che non si fa scrupoli di demolire in parte il mito di Benazir Bhutto, personaggio molto amato in Occidente, anche dai movimenti femministi, ma in realtà tutt’altro che privo di zone d’ombra, basti pensare ad alcuni compromessi nel corso degli anni con i settori più retrivi della società e della religione, che non sono serviti poi a salvarle la vita.

Malalai Joya, deputata del neonato Parlamento afghano poi sospesa, membro dell’associazione Rawa per le donne afghane, tutt’oggi fuori legge per il governo di Karzai, racconta invece la storia della sua vita in Finché avro voce (Piemme), vibrante testimonianza di un Paese in cui poteri violenti e biechi soffocano da decenni democrazia, libertà, diritti, vista dagli occhi di una sua giovane protagonista, la cui esistenza è a tutt’oggi appesa ad un filo, dopo un’infanzia passata nei campi profughi in Pakistan e un ritorno in patria tormentato: a tutt’oggi Malalai vive sotto scorta, si nasconde sotto il burqa, contro il quale ha sempre lottato, e non può rivelare nel libro i veri nomi dei genitori e del marito per non compromettere la loro incolumità.

Ripiegato sul privato ma con un occhio privilegiato verso il pubblico e la Storia il libro di Fatima Bhutto, giornalista, scrittrice, poetessa, alla quale è stato attribuito un presunto flirt con George Clooney; storia per cambiare il pubblico a costo di sacrificare il privato quella di Malalai Joya: due vicende complementari se si vuole, emblematiche di due dei Paesi più martoriati di oggi, Afghanistan e Pakistan, per capire il potenziale umano, soprattutto al femminile, che c’è sotto quelle latitudini, sotto quei veli, sotto quei burqa, per scoprire che tipo di rivendicazioni e di fermenti ci possono essere.

Rivendicazioni e fermenti che pian piano stanno emergendo. Le storie di Fatima Bhutto e di Malalai Joya, sospese tra culture millenarie, oppressione, voglia di libertà e cambiamento, sanno tirare su il velo su quei mondi, così lontani, così vicini e ciascuna a suo modo è fragile e sospesa ad un filo in culture che possono reagire anche con violenza estrema all’inevitabile cambiamento che avanza, cercando di evitare l’inevitabile, distruggendo gli emblemi di quello che è percepito come un cambiamento.

Fatima Bhutto e Malalai Joya, eroine contemporanee e vestali della libertà, raccontano le loro storie, fondamentali per capire un mondo dove ci si dovrà confrontare tra spiriti affini, sotto tutte le latitudini.

Elena Romanello