Il favoloso mondo di Camilla

Camilla CedernaTrattare con serietà le cose frivole e con leggerezza le cose gravi”. Questa frase può sembrare, banale, forse antiquata e retorica ma ha in sé un profondo senso di giustizia. Chi decide il valore di una cosa? Chi decide cosa può essere considerato frivolo? E chi scrive di cose frivole deve essere etichettato allo stesso modo? Credo che la sia scrittura sia una forma eccezionale di rivelazione umana, tutti noi siamo capaci di farlo fin dai tempi in cui la maestra ci dettava “La volpe e l’uva”, ma solo alcuni hanno quel “quid” in più che permette di far circolare nel cervello fiumi di parole dando vita ad una storia, un racconto, un intreccio.

L’autrice della frase del mio incipit si chiama Camilla Cederna, grande firma del giornalismo italiano, scrittrice con un brio così raro che è impossibile da menzionare. Milanese fino al midollo, classe 1911 (si è spenta nella sua città nel 1997) fa parte di quelle donne con un carisma e un’intelligenza schietta, rapace, che in questi giorni sarebbero scese in piazza accanto alle altre senza abbandonare il filo di perle e il loro profumo preferito.
L’anno scorso mi è capitato tra le mani un suo libro “Vicino e distante” sul treno per Parigi, mi sono innamorato all’istante del suo modo arguto di scrivere, di scorgere le piccole sottigliezze tra il mondo vissuto da lei e il mondo di quell’Italia nel pieno del Boom economico, della rivoluzione sessuale e del femminismo poi. La sua carriera di scrutatrice politica è lunga e piena di diffamazioni, querele, risarcimenti e non conoscendo profondamente i fatti in cui è stata coinvolta non voglio esprimere un giudizio riguardo ai suoi scritti “schierati”.
Il lato debole” è il titolo di una rubrica che dal 1956 al 1976 ha curato e scritto sull’ Espresso, una rubrica di costume molto seguita e imitata dalle successive giornaliste con il culto della moda, dello stile. Edito da Feltrinelli il libro omonimo che raccoglie i più esilaranti pezzi di Camilla, un libretto così intenso e spiritoso che non ho il coraggio di finire perché già ora so che mi renderà triste l’averlo terminato. Immaginate una signora della buona borghesia milanese, semi erede dei Poldi Pezzoli (famiglia che ha lasciato alla città la sua casa museo in via Manzoni), con i capelli grigi cotonati, gli orecchini di perla bianca e una Olivetti su cui batte a macchina le sue osservazioni argute su una mondanità in continuo divenire. Come cammina la Callas per Via Montenapoleone? L’ultima moda letteraria degli snob come il “peradesso”, i discorsi di signore non ancora attempate che prediligono gli avverbi infilandoli in qualunque momento. Le pellicce e le stelle della moda chiamate in causa, Coco Chanel e il suo tailleur con il bordo in spighetta, gli strafalcioni di lettere burocratiche, i meravigliosi discorsi in U, in S, in T e in L.
E’ ironica in un modo così raffinato e sobrio che è ancora più affascinante leggerla tutto d’un fiato, ti conquista e si cerca di trarre buoni consigli dai suoi giudizi puntigliosi. Regole del buon comportamento, di maniere gentili e perché no anche un pizzico di cinismo.
Sono esilaranti i suoi ritratti come “la delusa”, “la pedante”, “la snob”, “la solissima” in cui trascrive i discorsi tipici e le caratteristiche di questi strani personaggi.
“Minimizza tutto per principio, con giustificazioni che gettano nello sconforto l’uditorio” scrive parlando del prototipo dell’efficiente che poi aggiungerà “Che diamine, basta avere un pizzico di zenzero, un fusibile, della malva appena colta, qualche foglio di carta velina nera, dei trucioli, un po’ di lana di vetro, un vecchio cappello d’alpino, una carta geografica, un po’ di mentuccia o di capelvenere, non si dimentichi l’acido gallico e chi non ha in casa un po’ di bianco di Spagna?”.
Rischiavo di svegliare nel cuore della notte tutto il condominio per la risata in cui sono scoppiato quando descrive gli insulti in dialetto più animati dei tassì (le signore per bene non dicono taxi, proprio come mia nonna insegna) milanesi. Tra un “Tires via, candelaber”, un “Cammina, stambecch” e un “Vardà là el papàgal” ammetto di aver fatto fatica ad addormentarmi.
E’ difficile rendere l’idea della straordinaria bravura di questa scrittrice che mi immagino leggera come una piuma, una nonna delicata e di gran classe, testimonianza di un’arguzia tutta al femminile. Sono sicuro che se vi fidate di me saranno i sette euro e settantacinque centesimi meglio spesi, potrei risarcirveli personalmente in caso contrario. Ovviamente scherzo.

 

 

Lorenzo Bises