Erzsebeth e Caterina, così nere, così affascinanti

La prima ad essere stata rivalutata, ormai anni fa, con biografie documentate, fumetti e romanzi, è stata Maria Antonietta, che da ninfomane spendacciona che si disinteressava dei poveri dicendo che se non avevano pane potevano mangiare brioches, è diventata vittima delle circostanze e delle calunnie, madre attenta e dedita alla beneficenza. Ma con lei in fondo non era impossibile, visto che era diventata il capro espiatorio della propaganda rivoluzionaria con anche tante invenzioni e falsità.

 

Ci sono invece donne celebri del passato che è più difficile rivalutare e riabilitare, forse perché le loro colpe sono maggiori e più evidenti, e non solo invenzioni di libellisti e simili. Proprio le storie di due di queste donne sono raccontate in due libri appena usciti, che non intendono santificare figure controverse, ma restituirle ad una dimensione più umana.

I serial killer sono di solito uomini, ma è opinione comune che il serial killer che fece più vittime fu una donna: la contessa Erzsebeth Bathory, vissuta tra Cinque e Seicento nell’Ungheria dilaniata dalle guerre di religione fu accusata di aver massacrato centinaia di ragazze, serve e nobildonne, per bere il loro sangue ed usarlo come unguento per mantenersi sempre giovane, e fu considerata ispiratrice del mito di Grimilde, la strega di Biancaneve, e insieme a Vlad Tepes di quello dei vampiri. Rebecca Johns, nel suo romanzo La contessa nera (Garzanti), fa parlare questa donna in prima persona, ridimensionando i suoi crimini, in realtà non superiori alla media commessa dai nobili in un’epoca in cui avevano potere di vita e di morte sui loro servi e dove era consuetudine punire anche severamente i sottoposti per mancanze di vario tipo.

La Erzsebeth che emerge dal libro è una donna colta e volitiva, spietata per sopravvivere in un mondo di uomini, ingannata dai suoi alleati, scomoda perché in possesso di una fortuna tra le maggiori del Paese dopo la morte del marito e desiderosa di mantenere la sua indipendenza, cresciuta in un mondo violento e spietato ma assetato di sapere e cambiamento, frutto della sua epoca ma non il mostro tramandato dalla tradizione. Un mostro costruito ad hoc per eliminare una donna pericolosa non per le servette e le fanciulle nobili, ma per la minaccia che era per i feudatari cattolici e protestanti di uno Stato allo sbando.

Caterina de Medici, fiorentina di nascita, nipote di Lorenzo il Magnifico, sposa di Enrico II di Francia, sempre considerata oltralpe una bottegaia arricchita e superstiziosa, è uno dei capri espiatori per l’odio durante le guerre di religione della seconda metà del Cinquecento e per secoli è stata accusata di essere stata l’ispiratrice del massacro di San Bartolomeo, uno degli episodi più cupi e sanguinari della Storia europea.

La sua storia rivive nelle pagine de Le confessioni di Caterina de’ Medici di C. W. Gortner (Nord), ritratto vibrante di un’epoca comunque affascinante che produsse il Rinascimento francese ed italiano, storia di una donna ex bambina maltrattata, poi giovane moglie tradita, poi regina reggente alle prese con gli intrighi e le lotte di un Paese allo sbando, con un unico, grande amore per l’ugonotto ammiraglio Coligny, che cercò sempre un possibile accordo tra cattolici e protestanti, finendo travolta dagli eventi e poi diventata capro espiatorio, perché straniera, così come accadde a Maria Antonietta due secoli dopo.

Due vicende emblematiche di quando è stato considerato scomodo il potere delle donne, di quanto è stato fatto per sminuirlo e disprezzarlo, due donne non sante ma non certo mostri, specchio e vittime di un’epoca in cui se non eri appunto una santa eri senz’altro una strega. La contessa nera e Le confessioni di Caterina de’ Medici sono due ottime e appassionanti letture, non pedanti e adatte quindi alle prossime vacanze, ma nello stesso tempo capaci di ricostruire mondi e personaggi che rimangono impressi.

Elena Romanello