Concorso letterario: raccolta estratti 7 – 12

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Estratto 7

Ero innamorata di Sergio, ma lui nemmeno mi vedeva, non mi considerava proprio, ero la sorella del suo amico, dunque ero come una sorella. 

 Per strada, mentre mi riportava a casa, con voce roca, affatto melodiosa, ma di buonumore perché, finalmente, non più costretto nell’aula, stringendomi forte sottobraccio mi canticchiava una canzone sconclusionata, che il suo Jimy aveva composto sotto l’effetto dell’acido: Love and confusion.

 

Come nel pezzo di Jimy avevo i pensieri in disordine, mi giravano a vuoto, e il mio cuore bruciava di passione, e la mia testa era agitata, e pulsava e girava e rigirava; questo provavo per lui: love and confusion.

Tutti sapevano, compagne, bidelli, professori (forse pure il preside ed il vigile che smistava il traffico fuori dalla scuola), anche la mia mamma lo sapeva, ma Sergio non lo seppe mai, e nemmeno lo intuì.

E così non parlai, e nemmeno gli confidai il mio sentimento: lo lasciai alla sua libertà.

Lui non mia amava, non aveva un bianco destriero, non era il mio Principe Azzurro. Ritornai anch’io alla mia libertà e, dopo un po’, scoprii che in me s’era dissolto anche l’amore.

… Poi la vita ci divise e non lo rividi mai più.

 

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Estratto 8

Pranzo con le amiche in un ristorantino fuori città. Mi aggiornano delle loro vite e io le metto al corrente della mia, non che ci sia molto da dire.

Il pranzo con loro una volta la settimana, è un’abitudine a cui nessuna di noi vuole più rinunciare.

Debora è ormai sposata con tre figli, di cui due neonati gemelli, fa la mamma a tempo pieno, ma per le amiche ha sempre un po’ di tempo; Katrine è un’attrice di successo, praticamente vive più a Holliwood che nella nostra città, ma cascasse il mondo lei c’è sempre; Jasmine è un’indiana trasferitasi a vivere in città quando era solo una bambina delle elementari, nonostante tutte le predizioni negative, Jasmine si è fatta da sola: da giornalista in una piccola testata di provincia è diventata il capo redattore di una delle più famose testate giornalistiche nazionale.

Ognuna di noi aveva realizzato il suo sogno, chi con più chi con meno fatica, ognuna di noi era arrivata dove voleva, e ora tutto ci sembrava perfetto!

Dopo il pranzo corro di nuovo allo studio, le mie assistenti mi hanno coperto bene, c’è solo il caso di un micio trovato abbandonato che ha bisogno di cure e coccole. Senza pensarci due volte lo porto a casa con me, Emma è entusiasta all’idea, lo terrò sotto controllo tutta la notte e poi da domani provvederò a cercargli una casa che lo accolga.

 

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Estratto 9

Il mondo visto dall’obiettivo della sua reflex le sembra migliore. Tutto ha la giusta prospettiva e un’ottima luce. Ogni angolo della sua Bari, visto da lì, è da incorniciare. Michela l’aveva desiderata da due anni quella piccola macchina fotografica ed ora averla tra le mani non le sembra vero. Un sogno che si realizza. O, per essere più pratici, un enorme salvadanaio verde limone riempito con assoluta costanza per più di sei mesi […]Forse le serve anche come scudo, per proteggersi dai meccanismi della sua vita che non ha ancora compreso pienamente. Forse ha capito troppo tardi cosa voleva diventare da grande e, soprattutto, troppo tardi ha capito che non era per niente facile. E’ cresciuta con la convinzione che, se avesse studiato, si sarebbero spalancate miriadi di occasioni, ma, alla prova dei fatti aveva avuto un brusco risveglio. Troppo difficile per lei, sognatrice per vocazione, ammettere che tutto quello per cui aveva studiato è lontano e irraggiungibile.[…] Come tutte le bambine anche a lei avevano raccontato le classiche favole dove i buoni vincono sempre ed un principe azzurro ti viene a salvare: fortunatamente lei il principe l’ha trovato davvero e la spada con la quale la salva tutti i giorni è il suo buonumore.

Non l’aveva cercato. Era arrivato su un cavallo bianco a salvarla da una storia d’amore disastrosa per cominciarne una nuova insieme…

 

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Estratto 10

Viveva in un attico a Manatthan e di questo non poteva lamentarsi.

Un attico bellissimo, luminoso e dotato di tutti i confort.

Viveva in un attico di Manatthan con un uomo elegante, ricco, famoso e innamorato di lei e anche di questo non poteva lamentarsi.

Di cosa lamentarsi allora? Forse della vita? Della noia? Di cosa? Bisogna pur sempre avere qualcosa di cui lamentarsi, perchè quando è tutto troppo perfetto solitamente è finto.

Ecco! Finzione… questa le sembrava la parola giusta.

Diana viveva una favola, o almeno tale la definivano le ragazze dello yatch club, ma qualcosa mancava, era tutto perfetto da sembrare irreale.

Qualche volta, guardando la città dall’alto del suo appartamento si era domandata cosa facessero, chi fossero realmente e cosa pensassero quelle piccole formichine umane che ogni giorno si muovevano frenetiche fra le strade della city.

Qualche volta, guardando la città dall’alto si era domandata se le tante formichine umane che intasavano le arterie della città si fossero mai chieste chi fosse lei che le guardava.

Chi era lei? Cosa pensava, cosa faceva?

Belle domande.

Si chiamava Diana Spancer. I suoi genitori avevano avuto il buon gusto di renderla omonima della principessa, che credendo di essere una cenerentola moderna era entrata a palazzo e al posto del “Vissero felici e scontenti” aveva trovato l’inferno, fino alla tragica morte in una corsa in auto spericolata.

 

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Estratto 11

Regola n°1: “Il Lunedì è sempre e comunque uno strazio”

Orsola decise che non ci sarebbe rimasta male. Il treno le aveva chiuso le porte in faccia e le era partito sotto il naso con sadica impudenza. Lei era rimasta immobile mentre il convoglio carico di pendolari si allontanava senza fretta nella bruma mattutina. Aveva fatto la figura della sfigata. Sì. decisamente. E non era valso a nulla fingere indifferenza, come se non ci fosse un cartellino da timbrare e un capo ufficio ossessionato dalla puntualità. Le persone accanto a lei, sulla banchina, in attesa del treno che andava nella direzione opposta, l’avevano guardata con compassionevole ilarità. Del resto, era normale che accadesse. Era Lunedì. E il Lunedì la vita sembrava sul punto di implodere, sommersa da una quotidianità che sapeva assumere un retrogusto davvero insopportabile.

Odiava il Lunedì. Lo aveva sempre odiato. Forse perché era così difficile superare l’inerzia del weekend, accettare che niente, durante quei due giorni di calma apparente fosse cambiato, che tutto fosse di nuovo al suo posto, come sempre, deprimente e scontato. Forse, se avesse avuto un lavoro degno di questo nome, il Lunedì le sarebbe parso un giorno migliore. Forse, se la sua vita sentimentale fosse stata diversa, il Lunedì avrebbe assunto i toni di una commedia rosa. Forse. Sì. Magari. Se la sua vita fosse stata come l’aveva immaginata a quindici anni, non sarebbe rimasta lì, in una piccola stazione di provincia, ad aspettare il treno delle 8.35, mordendosi le labbra per non piangere.

 

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Estratto 12

Lunedì mattina, giorno della settimana meno amato dai lavoratori e dagli studenti di tutto il pianeta, giorno in cui, quasi tutti fanno fatica a svegliarsi e sono di umore nero.

Non faccio eccezione.

Sono nella mia stanza, non trovo più il cellulare e uscire senza è per me, una tragedia.

Con cosa controllo l’ora? Come avviso i colleghi se faccio ritardo e devono occuparmi il posto a lezione? E soprattutto, come assicuro mia madre che sono viva?

Non lo resterò ancora a lungo se il cellulare non si materializzerà il prima possibile. Ho già svuotato tutti i cassetti del comodino, buttato all’aria la biancheria, rovistato nella sacca dell’università, ma con scarsi risultati.

Eppure l’ho appoggiato sul comò accanto al letto, come tutte le sere, così sono sicura di sentire la sveglia. Insomma dov’è?

Di colpo un rumore. Qualcuno sta bussando.

In un gesto automatico mi volto indietro, ma già so che è una perdita di tempo: in casa non c’è nessuno, si tratta sicuramente dei vicini del piano di sopra. Sempre troppo chiassosi.

Torno allora a concentrarmi sulla miriade di soprammobili del comò, in altre parole la mia collezione di orsacchiotti di ceramica, forse ho il cellulare proprio sotto il naso devo solo rilassarmi, spostarne alcuni e lo vedrò.

Ecco che il rumore ritorna insistente, proprio sopra la mia testa.

Seccata sollevo lo sguardo e mi ritrovò, a fissare il mio riflesso allo specchio. Per qualche frazione di secondo continuo a pensare al cellulare, a dove potrebbe essere, poi il mio cuore manca un battito.

C’è qualcosa che non va. E’ la mia immagine la causa di tutto quel rumore, sta picchiettando sulla superficie dello specchio. Lei, non io.

 

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