Concorso letterario: raccolta estratti 19 – 24

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Estratto 19

Quando avevo dieci anni, immaginavo la mia vita come quella di una favola, avrei incontrato un bel principe che mi avrebbe sposata e dopo tre bambini avremmo vissuto per sempre felici e contenti. A quattordici anni, invece sognavo di diventare una brava architetto, specializzata nell’arredamento degli interni e la famiglia solo dopo i trentacinque anni.

Bene, se mi avessero detto quello che sarebbe successo da lì a due anni non ci avrei mai creduto. La mia storia inizia da qui. Mi presento: mi chiamo Ludovica e ho trent’ anni, sono nata il primo marzo 1982. La mia infanzia è stata bellissima, una famiglia unita, un fratello e un gatto. I miei genitori non mi hanno fatto mai mancare niente, facendo molti sacrifici mi hanno dato la possibilità di studiare e di sviluppare le mie abilità e passioni. Fin qui nulla di strano. Sono sempre stata una bella ragazza, bruna con gli occhi color ghiaccio, diversa però dalle mie coetanee. Non seguivo le mode, non mi confondevo con le altre, ma spiccavo per il mio essere diversa, il saper pensare con la mia testa.

 

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Estratto 20

L’aereo sorvolava l’Italia da quasi un’ora ormai, sarebbero arrivati nella capitale a breve.

«Mentre io sarò alla riunione con il Dottor Andrea Marini, andrai a controllare che il tavolo prenotato al ristorante sia nella posizione ottimale per continuare il colloquio di lavoro» Monica non prese neanche un appunto, lei imparava a memoria. Da quanto lavorava per il dottor Giulio Guglielmi? Solo sei mesi, ma questo era già il quinto viaggio in cui lo accompagnava, ed ormai aveva imparato le sequenze del suo lavoro. Lei non era solo la sua segretaria, ma una vera e propria tutto fare. Schiava l’avrebbe chiamata qualcuno, ma Monica non si reputava tale: le piaceva pensare di essere indispensabile per la carriera del dottor Guglielmi. La mano con la fede nuziale al dito appoggiata sulla sua coscia, protesa verso l’interno era un abitudine ormai.

« e poi passerai in tintoria a farmi stirare l’abito, non lo voglio spiegazzato dopo questo viaggio… nulla deve andare storto… è un’occasione importante per me e… »

 

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Estratto 21

Sara sentiva il fragore del mare in tempesta, mentre il vento le sollevava i pesanti boccoli neri, inzuppati di pioggia. Cercava di non pensare a dove si trovava, ma il suo coraggio scricchiolava ad ogni passo, come il cornicione che aveva sotto i tacchi a spillo.

Sentendo lo schianto di un calcinaccio, sette piani più giù, guardò in basso. Il panico le percorse il corpo come un brivido e, sentendo le ginocchia cedere, si afferrò con tutte le forze al muro, affondando le unghie nell’intonaco marcio. I suoi muscoli erano tesi come per un crampo e sentiva il battito del cuore rimbombare nella testa.

Non riuscendo a proseguire, tentò di controllare il respiro ansimante e provò a rilassarsi. Seguì con lo sguardo l’ombra di una nube, che dal romantico borgo dominato da Castel dell’Ovo avanzava, con estrema lentezza, fin sopra l’elegante mole di Castel Sant’Elmo.

Nemmeno lei sapeva, se era per amore o per pazzia che si trovava lì, eppure aveva condotto una vita tranquilla e nell’amore non ci credeva più.

Il lavoro, in compenso, impegnava quasi tutte le sue energie e con Ugo, suo marito, si incontrava solo poco prima di andare a dormire. Lui era di poche parole, non si lamentava mai e le faceva trovare la cena pronta.

Una sera Sara rientrò molto più tardi del solito e Ugo, per nulla preoccupato, la accolse sfoggiando lo stesso sorriso ammaliante di quando si erano conosciuti.

Profumava d’acqua di colonia, indossava un pullover della stessa tinta dei suoi occhi azzurro intenso e reggeva un enorme mazzo di rose rosse dal gambo lungo.

 

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Estratto 22

30 aprile 1945

Caro diario, sono terribilmente irritata. Dovrei essere triste, inconsolabile. Invece sono solo furiosa.

Sono riuscita a convincerlo a sposarmi. Dopo anni di umiliazioni, tradimenti e indifferenza, finalmente, stanotte ha accettato di diventare mio marito. Certo, la situazione era grave e andavano prese misure drastiche. Ma fino a quel punto! Neanche qualche ora dopo aver posto le nostre firme sul registro, quello lì decide di suicidarsi! Vedova! Nel giorno stesso del mio matrimonio, rimango vedova. Non parlo di non aver nemmeno avuto il piacere di trascorrere la prima notte in compagnia del mio sposo. Insomma, siamo nel XX secolo, chi crede più a queste romanticherie, i nostri sfizi ce li siamo tolti in passato, anche se devo ammettere che anche dopo i nostri incontri clandestini, un certo appetito mi rimaneva ancora. Ma schiumo di rabbia, come un boccale di Weissbier, se penso alla pensione. Come vedova, avrei diritto ad una quota proporzionale al tempo che siamo stati sposati. A conti fatti, probabilmente mi chiederebbero di rimborsare anche il francobollo usato per comunicarmi che non mi spetta niente. Per non parlare dei nostri sogni per il futuro. Si può dire tutto, ma non che non avesse piani grandiosi per il nostro futuro. Bisogna anche dargli atto che si era impegnato duramente per tutta la vita affinché i suoi progetti si realizzassero.

 

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Estratto 23

Cosa stava guardando Azzurro mentre ballava con Cenerentola?

Me lo sono sempre chiesto.

Perché? Che razza di Principe è uno che balla per tre sere di fila con te e poi, per riconoscerti, ha bisogno di provare una scarpina a tutte le donzelle del regno? Non ti ha mai guardato negli occhi in quei momenti? Il sorriso? Possibile che si cambi così tanto dall’indossare degli abiti cenciosi a una meringa di balze? […]

Poco è cambiato nella struttura della fabula, oggi siamo delle Cenerentole metropolitane: indossiamo scarpe da ginnastica o tacchi vertiginosi, sua altezza “manageriale” lo cerchiamo tramite i social network o gli speed date, lasciando post e commenti per farci ritrovare – anche se abbiamo perso di vista nel tempo un passaggio fondamentale: non è Cenerentola che cerca in Principe è l’esatto contrario! Ma chissà perché è andata a finire che sia Cenerentola a dover andare oggi alla ricerca del blasonato in calzamaglia -, al posto della matrigna dobbiamo vedercela con la beneamata “regina madre”, ovvero la suocera, che sempre madre adottiva resta, la fata madrina dirige una spa, la bacchetta magica è di nostra proprietà ed è un rettangolino 8×4.8×0.8 con un microchip, Genoveffa e Anastasia hanno preso il nome di cozze cosmiche. […]

 

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Estratto 24

Cara Adele, di quante lotte mi hai raccontato, tu delegata sindacale, per tanti anni unica donna in mezzo a tutti uomini, a batterti per le pari opportunità, per noi donne di oggi. Sai cosa penso: le battaglie richiedono tempo ed energia. Il tempo passa e l’energia c’è ancora, giacché mi succede che se vinco non riesco nemmeno a godermi la conquista. L’essermi abituata alla battaglia, rende insignificante la quiete, subito dopo ho solo voglia di riavviare la disputa. Se perdo, la mia furia si trasforma in nuova forza, anche in quel caso ho solo voglia di ridare inizio al conflitto. È stato così anche per te?

Mio padre non riesce ancora a capacitarsi, sarebbe stato tutto più semplice se mi fossi trovata un bravo ragazzo e mi fossi sposata. Eppure, ci fu il tempo in cui, ebbi anch’io l’occasione, stavo per compiere vent’anni e il principe arrivò. Era come nelle favole, mi sentivo una principessa, lui mi adorava, stava bene e non mi riferisco allo stato di salute, il significato implicito di “stare bene”, nel mondo che mi ha originata, è usato per definire tutti quei soggetti, che non avrebbero mai conosciuto la fatica, del non avere niente e sfiancarsi per il niente. Era nato nel benessere, era abituato a starci, ed era diverso da chi ha provato la miseria: nel suo donarsi non c’era paura di perdere qualcosa di sé.

A quel tempo, io inseguivo altro.

 

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