C’era una donna: “estratto 17”

altEstratto 17

È un deposito di servizio per le sale operatorie. Intorno ai nostri lettini ci sono enormi scaffali pieni di materiale sanitario. Le scatole arrivano fino al tetto, per fortuna, perché sorreggono la controsoffittatura che sembra crollarci addosso. È un deposito che attraversano le infermiere ciabattando, è freddo, buio, è il luogo adatto per le paria come noi. Qualcuna mi lancia uno sguardo. Non c’è solo disapprovazione, vi leggo disprezzo, superiorità etica. Mi sento poco più che una zoccola.

Le altre donne sono andate vie, nel corridoio. Ho sentito un’infermiera rimproverarne una perché aveva attraversato più volte il reparto. Un modo per farle pesare la sua presenza indesiderata, presenze scomode da sopportare una volta a settimana.

Non avevo bene chiaro che cosa fosse un aborto. Pensavo che donne solidali mi avrebbero accolto, avrebbero cercato di farmi desistere dalla decisione con parole eticamente accettabili. Non credo che frasi del tipo “io non faccio queste cose” al posto di “sono un obiettore di coscienza” possono definirsi tali. Né lo è informare sulla perfezione e salute dell’embrione mentre si fa l’ecografia. È il loro lavoro, devono spingere alla vita. Potrebbero provarci senza farmi sentire una rinnegata.

Non mi importa di rimanere in questo tugurio, voglio stare da sola mentre il mio bambino sta morendo.

 

 

 

 

p.s. Gli estratti sono pubblicati in forma anonima (senza titolo ne autore) al fine di rendere più oggettiva la valutazione da parte della giuria popolare.